Ubuntu 26.04 LTS e il futuro di Linux secondo Canonical

Ubuntu 26.04 LTS, offre più sicurezza ma minore libertà e trasparenza. L’ultima versione di Canonical con supporto a lungo termine prevede GNOME 50, sempre più Snap, utilità eliminate ed altre riscritte per non essere liberamente redistribuibili, requisiti minimi importanti e dubbia trasparenza sulla privacy. Il percorso di Canonical da no profit alle partnership commerciali in un viaggio tra passato, presente e futuro di Linux che pare sempre meno libero

L’ultima versione di Ubuntu e le sue origini

Ubuntu 26.04 LTS è stato annunciato ufficialmente da Canonical, l’azienda che lo sviluppa, a fine aprile, come parte del ciclo biennale consueto di rilascio della versione Long-Term Support (LTS). Ubuntu 26.04 riceve infatti supporto standard di cinque anni estendibile a quindici con Ubuntu Pro. È la versione installata da aziende, istituzioni, sviluppatori, utenti comuni.

Dopo oltre venti anni, Canonical e Ubuntu non sembrano più quelli degli esordi.

Canonical nasce come organizzazione di tipo no-profit con lo scopo chiaro di portare Linux a tutti.

Ma molte scelte, i cui risultati confluiscono nella nuova release, mostrano che la strada commerciale intrapresa negli ultimi anni, ha di fatto trasformato il sistema operativo in qualcosa che non è più orientato all’utente e alla libertà come agli albori

Vediamo rapidamente il percorso di Canonical, le sue scelte strategiche e le ripercussioni sulle novità importanti di Ubuntu 26.04. Poi gettiamo uno sguardo sulla natura della natura dell’open-source inteso come libero riutilizzo di codice sorgente e le differenti prospettive future di Linux dettate da Ubuntu.

Canonical: da non-profit alle grandi partnership

Il progetto iniziale di Canonical è stato guidato da Mark Shuttleworth, programmatore e imprenditore sudafricano che ha investito la propria vita nell’apertura del software.

Nel 2007, mentre Microsoft lanciava Windows Vista, Ubuntu offriva già un’alternativa realistica: un sistema operativo con una semplicità mai conosciuta da Linux, che si poteva installare senza licenze, modificare liberamente e con l’assoluta fiducia in un modello di sviluppo basato sulla comunità

Ubuntu ha fatto la differenza facendo sì che l’open-source diventasse accessibile anche a utenti non esperti, non solo agli sviluppatori. Questo è stato il vero punto di svolta di cui Canonical si è resa protagonista.

Ma Canonical è cambiata radicalmente da quando ha deciso di diventare una compagnia tecnologica. Nella sua fase iniziale, era puramente un progetto open-source ma nel 2014-2015 ha cominciato a investire pesantemente nel cloud computing, ricorrendo a Ubuntu Server come base per le infrastrutture aziendali. Dimostrando ancora che open-source e profitto possono convivere.

La transizione più significativa arriva nel 2018 con la partnership strategica con Microsoft. Non si trattava solo di una semplice collaborazione: Canonical ha offerto a Microsoft un modello di sviluppo open-source che permetteva alle aziende di eseguire Ubuntu su macchine Windows, e viceversa. In pratica, Microsoft ha potuto utilizzare il sistema operativo Linux come base per i suoi servizi cloud, mentre Canonical ha ottenuto un accesso diretto al mercato enterprise.

Questa alleanza, pur contesa da molti utenti del mondo open-source che vedevano in essa una “vendita della libertà”, ha dimostrato ancora che i progetti open-source possano adattarsi a modelli economici tradizionali.

Scelte più commerciali e meno orientate all’utente

Uno dei momenti più controversi fu la decisione di incorporare il sistema Unity, sviluppato da Canonical stesso e venduto ad Amazon Web Services come parte del loro stack cloud. Questa collaborazione, inizialmente vista come una mossa strategica per espandere le capacità cloud di Ubuntu ha suscitato critiche.

Inoltre, l’adozione diffusa del formato Snap, progettato per garantire isolamento e sicurezza ma che richiede anche la distribuzione di pacchetti “chiusi”, ha portato a preoccupazioni sul fatto che Ubuntu stesse perdere il controllo sui propri file e sulla libertà del software.

Il problema più noto con Snap riguarda l’installazione illegittima del browser Chromium in formato Snap. Nel 2020, il team di Linux Mint ha rivelato che il pacchetto chromium-browser richiesto con APT in formato .deb era vuoto, collegava l’utente allo store snap e installava il browser in tale formato anziché quello richiesto, senza alcuna informazione e senza consenso esplicito.

Ubuntu 26.04 LTS tante novità e tanti requisiti

Ma veniamo al sistema operativo di Canonical oggi. Ubuntu 26.04 LTS è stato rilasciato ufficialmente a fine aprile 2026, dopo mesi di sviluppo intensivo da parte del team Canonical.

Storicamente, Canonical dedica particolare attenzione alle release LTS: le release intermedie funzionano come laboratori dove si esperimenta, si introducono novità, si accettano rischi. Poi arriva la LTS ed è in quel momento che quelle innovazioni vengono cristallizzate, raffinate e stabilizzate. Questo è un principio cardine di Ubuntu per oltre 20 anni.

Secondo molti, Ubuntu ha usato stavolta questo principio al contrario: ha preso le scelte più rischiose e ideologiche degli ultimi due anni e le ha resi permanenti per cinque anni.

Sull’estetica ci sono alcuni punti positivi: nuovi app di default come un nuovo player video e Risorse che sostituisce il monitor di sistema ed ha un aspetto ironicamente simile al task manager di Windows 11.

Questa versione si basa su un nuovo kernel Linux 7.0 (l’ultimo in serie per la LTS), che introduce miglioramenti significativi nel supporto per i dispositivi ARM come smartphone, tablet e mini PC, per le reti 5G e l’ottimizzazione della CPU a basso consumo.

Un kernel non ancora stabile

Canonical si è impegnata nel rilasciare Ubuntu 26.04 LTS con il kernel Linux 7.0, anche se la release stabile di tale kernel non sarebbe stata ufficialmente completata in tempo per il rilascio con la ISO iniziale, giusto per una decina di giorni. Margine ridottissimo. E si è quindi deciso di rilasciare un sistema supportato per un tempo da 5 a 15 anni con un kernel non ancora considerato definitivo.

Di certo le competenze tecniche degli ingengeri Canonical hanno permesso di affrontare eventuali difficoltà ma la questione di fondo resta: nella corsa a sfoggiare il numero di versione più alto per il kernel, forse per stimolare un effetto wow, la garanzia di stabilità dell’LTS è stata non rotta ma di certo piegata.

Requisiti alti

Tuttavia, il vero punto di svolta non è solo tecnico: il sistema richiede ora requisiti minimi di sistema difficili da soddisfare per hardware datato o di fascia più bassa.

Per installare Ubuntu 26.04 LTS Desktop, si richiedono almeno 6 GB di RAM. Sono più di quelli dichiarati per Windows 11 anche se l’attestazione da parte di Canonical pare onesta a differenza di quella Microsoft. Ma come è possibile che Debian 13, base di Ubuntu 26.04, possa girare perfettamente con un solo GB di RAM? Come mai derivate ufficiali di Ubuntu come Xubuntu e Lubuntu 26.04 o estranee ma basate su Ubuntu come Linux Mint, girano persino con 2 GB di memoria?

La scelta non è una limitazione tecnica: è una decisione strategica e politica. Ubuntu ha scelto, per ragioni di stabilità e sicurezza, di far girare un’intero meccanismo di pacchetti e applicazioni direttamente nel disco rigido, come in una “macchina virtuale” su un computer fisico che però deve essere in grado di gestire tali carichi e questo è il risultato.

Canonical ha accordi con produttori di hardware: alzare i requisiti significa escludere utenti che usano hardware più datato, creando pressione verso nuovi acquisti. Una logica che appartiene all’ecosistema Microsoft e al mondo del software commerciale protetto da copyright, non a quello del software libero.

Il mondo Linux ha sempre combattuto contro questa logica. Non perché Linux sia solo per computer vecchi, ma perché è la prova che un sistema operativo moderno, bello, elegante e funzionale può girare con requisiti di hardware minimi.

Snap: l’ecosistema dei pacchetti di Ubuntu da cui è dura scappare

Quanto a Snap, tra le principali dipendenze di Ubuntu si trova Firefox. Già prima di Ubuntu 26.04, il browser più usato non è disponibile come .deb tradizionale ma solo in formato snap. Non c’è possibilità di usare il comando standard apt install firefox come in versioni precedenti.

Ragione, ad esempio, per cui derivate di Ubuntu tra cui Linux Mint, fornisce ancora ai propri utenti Firefox nel formato tradizionale .deb, compilandolo dai sorgenti. Oppure Zorin OS che ha “dirottato” verso Brave Browser in formato flatpak, pur di evitare Firefox in formato Snap.

Molti pacchetti comuni come Firefox e Thunderbird sono ora solo disponibili come Snap. Questo è un passaggio significativo verso una distribuzione “chiusa per design”: anche i software aperti più noti vengono forzati a vivere all’interno di container isolati che non possono essere modificati o redistribuiti senza il permesso di Canonical.

Non è una funzionalità: è una scelta architetturale per ridurre la libertà dell’utente, vestita da miglioramento della esperienza. Questo scenario porta inevitabilmente alla domanda: se Ubuntu vuole mantenere la libertà, perché costringe gli utenti ad utilizzare un ecosistema che limita il loro controllo? Per molti, questo è l’unico problema reale.

GNOME 50: desktop moderno che ti chiede di essere più “presente”

Un altro punto chiave riguarda l’interfaccia utente GNOME 50, che è stata rilasciata insieme alla versione LTS. Canonical ha deciso che GNOME 50 sia l’unico ambiente grafico ufficiale su Ubuntu 26.04 LTS, per ragioni di consistenza, sicurezza e controllo interno.

Le sessioni desktop GNOME in Ubuntu 26.04 funzionano esclusivamente sul server grafico WaylandX11 non è più disponibile come opzione di sessione nel GDM. XWayland rimane installato per compatibilità con applicazioni X.org. Tanti software continuano a funzionare, ma la sessione X11, quella che sceglievi dal menu login quando qualcosa non andava su Wayland, quando i driver video creavano problemi o quando il flusso di lavoro richiedeva cose che Wayland ancora non gestisce, non c’è più.

Core Utils riscritte in RUST

Un altro aspetto controverso è la sostituzione delle utilità GNU core-utils con uutils, una reimplementazione scritta con il linguaggio Rust. Le utilità GNU sono le basi dell’intero sistema operativo: includono comandi per spostare file, elencare directory, verificare permessi, e tanto altro. Strumenti usati da decine di anni, testati minuziosamente da una vita da miliardi di utenti in ogni configurazione possibile. Negli ultimi dieci anni sono state riscontrate vulnerabilità CVE circa ogni due anni.

Ma appena le prime versioni di uutils sono state integrate in Ubuntu, sono apparse vulnerabilità veramente serie. Lo sviluppo è fatto di passi falsi ma con uutils è stato introdotto un cambiamento per prevenire alcuni problemi e questo cambiamento ne ha generati non pochi.

Ma c’è un altro aspetto, più sottile e più preoccupante. Le utilità GNU sono licenziate sotto licenza GPL per cui è stato coniato il termine copyleft, con un gioco di parole che si oppone a copyright. Ogni modifica deve rimanere libera. Chiunque può prendere il codice sorgente rilasciato con GPL, modificarlo ed integrarlo in un progetto proprio. Rispettando la libertà altrui di fare altrettanto.

Le utilità u-utils invece sono licenziate con MIT, una licenza permissiva che consente fork proprietari di codice aperto, senza l’obbligo di rilasciare il codice modificato. Un modello di comportamento già visto e che desta preoccupazioni.

Eliminazione dell’utilità Software e Aggiornamenti

Ubuntu 26.04 elimina l’utile strumento per software e aggiornamenti dall’installazione predefinita. Era l’interfaccia grafica che milioni di utenti Ubuntu hanno usato negli anni. È stata sostituita con il centro software basato su Snap. La giustificazione ufficiale è che l’utile strumento era diventato superfluo e costoso da mantenere, ragionevole visto che Canonical ha appena esteso il supporto LTS a 15 anni. Se vuoi fare altro, devi imparare ad usare il terminale.

Chi apprezzava un modo amichevole per installare driver, abilitare repository, capire cosa stesse facendo il sistema, adesso dovrà pensare di farlo con il terminale se vuole mantenere Ubuntu. Questo passaggio non pare avere nulla a che fare con la centralità dell’utente.

Le politiche sulla privacy di Ubuntu: un sistema che guarda troppo

C’è un altro versante delle politiche di Canonical che non convince. Ubuntu 26.04 LTS non ha una politica di privacy chiara come in passato, anzi, è diventata più complessa da monitorare. Anche se Canonical afferma di rispettare la libertà, l’uso intensivo di Snap porta ad una serie di comportamenti che possono essere parificati a quelli del software commerciale e protetto da copyright. Ogni volta che installi un’app (es: Firefox), il sistema riceve informazioni sul tuo hardware e sui tuoi movimenti nell’interfaccia. Inoltre, alcuni pacchetti Snap comunicano con server esterni per controllare le versioni o i log — senza chiederti mai esplicitamente il permesso.

Nonostante ciò, non c’è ancora un chiaro documento di trasparenza sulle metriche di tracciamento che vengono raccolte. Il problema è che il sistema è stato progettato per essere “self-contained” ma in pratica richiede di connettersi a internet — e senza una configurazione esplicita, l’utente non può fare nulla diverso da “accettare”. Questo crea un vuoto legale: se un pacchetto Snap fa cose che non hai capito, chi è responsabile? L’utente o Canonical?

Per molti utenti sensibili alla privacy, questo è il punto più critico. Ubuntu 26.04 potrebbe essere più “monitorato” del previsto, anche se la documentazione dice che non lo è — perché le dipendenze Snap sono invisibili da un punto di vista tecnologico.

Ubuntu è nella storia ma sarà anche il futuro di Linux?

Ubuntu è nella storia e gli si deve tantissimo, ma sarà anche il futuro di Linux? Si allontana sempre più dalla natura della sua base Debian. Ubuntu 26.04 LTS potrebbe sembrare la versione più stabile del mondo Linux, ma pare anche un nuovo tentativo di modificare il controllo di un modello che sta già cambiando. Il kernel 7.0, GNOME 50 e i requisiti minimi esagerati sono tutti strumenti per rendere il sistema “sicuro”, ma a costo della libertà del software. Quando ogni app deve essere autorizzata da un sistema chiuso (Snap), ci si chiede: chi è veramente in controllo? L’utente o l’azienda che lo ha progettato?

Non sono fatti marginali. Sono scelte che modelleranno l’esperienza di milioni di utenti nei prossimi anni.

La storia di Canonical, dal viaggio nello spazio di Shuttleworth alla partnership con Microsoft, e ora a Snap come soluzione sempre più presente, mostra un’evoluzione in cui la libertà rischia di essere sacrificata in ragione dell’affidabilità.

Trasparenza e controllo dell’utente si allontanano sempre più dalle strategie di Ubuntu. Non pare più un sistema operativo che mette l’utente al centro, che serve le persone con hardware datato, che rispetta i desideri dei coloro che vogliono un sistema controllabile, trasparente e libero nel senso pieno della parola.

Fortuna che ci sono e ci saranno sempre alternative e persino derivate di Ubuntu che hanno scelto un altro percorso: tornare al modello di software libero, dove l’utente non deve essere “approvato” da una compagnia ogni volta che vuole usare il proprio computer a proprio piacimento per molti anni in più rispetto a quanto previsto da chi lo ha venduto ed equipaggiato con il software.

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